lunedì 20 maggio 2013

A margine di gara-6...


L'ampiezza di un luogo la misuri dai ricordi che ti dà

Esiste un basket migliore
di coreywrestling
http://goldenkobe.wordpress.com/2013/05/20/esiste-un-basket-migliore/


Ieri a Cucciago si è vista una parte di basket che vorremmo evitare, almeno in Italia. Un tipo particolare di basket che si vede più spesso nei paesi della ex Jugoslavia, dove i palazzetti sono autentiche bolge e dove a farla da padrone sono rivalità antiche, politiche e sociali, spesso motore di atteggiamenti violenti più fisici che verbali.
Esiste un basket, un modo di pensare il basket sicuramente migliore di quello visto ieri al Pianella. Un basket di giocatori che se la giocano sino in fondo, con i pregi e i difetti degli arbitri a loro sostegno, con le qualità dei giocatori a zittire o esaltare il tifo del pubblico, con la tattica degli allenatori a contribuire al cambio di direzione di una gara.

Esiste un basket molto simile al calcio dove lo sport viene preso molto sul serio. Dove non è un momento di gioia collettiva da condividere, qualunque sia il risultato finale. Dove il palazzetto diviene lo sfogo naturale di una vita insoddisfacente, di rabbia repressa. Dove i capiultrà (e fa male usare questi termini nel basket) si permettono di condizionare il pubblico attorno e quindi una partita. E dove allenatore e squadra, piuttosto che indurre la calma, stanno muti e con i loro atteggiamenti in campo inducono quelli sugli spalti.

Esiste un basket peggiore dove, dopo un fischio dubbio degli arbitri, vola di tutto in campo e per cinque minuti la gara è sospesa. E la Dinamo, forse intimorita, va letteralmente nel pallone subendo un parziale di 13-0 e sparacchiando dal perimetro. E’ un limite della squadra di Sacchetti questo, di una squadra gentile che se attaccata diventa piccola piccola. Solo al PalaSerradimigni, a casa, si sente protetta dal calore e dalla gentilezza dei suoi sostenitori e reagisce come sa e come deve.

Esiste un basket dove la paura di perdere tutto aiuta le persone ad esagerare i propri istinti. Pensate ai tifosi, alla società, all’allenatore di Cantù che a breve se ne andrà: partiti con l’auspicio di giocarsi una finale di playoff, di pescare le top 16 di Eurolega, di piazzarsi tra le prime tre in campionato e di vincere la Coppa Italia, sono riusciti a perdere (quasi) tutto. Settimi in campionato, fuori al primo turno in Eurolega, fuori al primo turno della Coppa Italia, in difficoltà nel primo turno dei playoff, sotto di nove in una gara quasi da dentro o fuori. Hanno deciso di buttarla in caciara, di salvarsi in qualche modo. Ce l’hanno fatta. Ma al Pianella non si torna più, almeno fino ad ottobre.

Esiste un basket migliore, fatto di gentilezza e cortesia. Di buon basket, felice e divertente. Di un terzo tempo da imitare, del calore dei sentimenti sardi figli di una terra che ha sempre fatto dell’ospitalità uno dei cardini fondamentali del proprio essere umani. Esiste un basket che domani al PalaSerradimigni, qualunque sarà il risultato finale, darà il proprio apporto alla gara in maniera civile, senza intimidazioni o urla o lancio d’oggetti. Non ne abbiamo bisogno: sappiamo vincere legalmente. Esiste un basket migliore che fa dell’abbraccio collettivo l’essenza principale per vincere e convincere chi dall’altra parte del mare ci ha spesso visti con diffidenza e scherno. Noi infatti sappiamo essere molto più di così: un’isola felice di quel che riusciamo a raggiungere. E le emozioni date dalla Dinamo in questi quattro anni sono un regalo generoso e cordiale per tutti i tifosi di basket.

Firmato: un giornalista tifoso.

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GIUSTIZIA OTTUSA PER SPORTIVI ZOMBIE
di Gianni Mura -10.4.2011

Abiola Wabara, cestista del Geas e della Nazionale, 29 anni, è nata a Parma da genitori nigeriani. S' è laureata in spagnolo in un college americano. Dipinge in modo non dilettantesco. E' un' italiana con la pelle nera e per questo, mercoledì sera sul campo della Comense, una ventina di tifosi per tutta la partita l' ha chiamata scimmia e negra di merda. E quando, alla fine della gara (vinta dal Geas anche per merito suo) Abiola ha cercato di reagire, mostrando il dito medio, qualche gentiluomo le ha pure sputato addosso. E' quasi certo che si tratti di tifosi del calcio che cercano visibilità anche nel basket, nelle gare di cartello, ma questo nulla toglie alla gravità dei fatti in sé, ulteriormente aggravati da altri comportamenti che non è possibile attribuire a qualche mentecatto. Così Dino Meneghin, presidente della Fip, si è espresso appena a conoscenza dell' accaduto. Meneghin è uomo di sport, di insulti dai tifosi ne ha presi tanti, sa capire qual è la verità e quale la versione di comodo. E dovrà chiarire un piccolo mistero: perché degli insulti razzisti non c' è traccia nel referto degli arbitri Marco Pisoni e Marco Cè? Anche l' allenatore della Comense, Barbiero, ha dichiarato di non aver sentito niente. Ci dev' essere una strana acustica, in quel palazzo dello sport. E dire che non è uno stadio di calcio, il mentecatto è a tre metri,a volte meno, dal suo bersaglio. Paradossalmente, Meneghin stigmatizza un episodio che per i suoi inviati (agli arbitri va aggiunto il commissario di campo) non è mai accaduto. C' è un' inchiesta federale in corso e un' altra della Digos. Come ha opportunamente rilevato il ministro Carfagna, i cori razzisti costituiscono reato. Gli altri spettatori, circa 800, hanno lasciato fare. Il presidente della Comense, Antonio Pennestrì, s' è invece esibito alla grande sul sito del club. Trascrivo dalla Stampa: «Se Wabara è stata insultata e sputacchiata è stato certamente grave episodio di inciviltà (naturalmente non ascrivibile alla Comense), ma altrettanto grave è stato il comportamento della giocatrice, che evidentemente non ha ancora capito come deve comportarsi un' atleta in tale occasione e con ciò scadendo a livello di chi-come lei sostiene- l' ha offesa». Pennestrì non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, ma non è grave: voto 4. Pennestrì con quell' inciso ("come lei sostiene") induce a credere che si tratti di una montatura, e l' aggettivo "sputacchiata" poteva risparmiarselo: voto 3. Pennestrì afferma che l' episodio non è "naturalmente ascrivibile alla Comense". Però si giocava in casa sua, un minimo di prudenza s' imponeva. Altro 4. Lo 0 arriva per la lezione di comportamento e l' uso del verbo scadere, che il Pennestrì farebbe meglio a rivolgere a se stesso. Qui non sono i soliti ragazzotti con la testa vuota, ma un signore d' una certa età che mette sullo stesso piano l' offesa continua, per tutta la gara, contro una donna, e la reazione a fine gara. Questa e quelli per me pari sono, sarebbe lo slogan distillato dalla maturità e dalla sportività del Pennestrì. E ringrazi la mano pietosa che ha provveduto a levare le sue esternazioni dal sito. La Lega basket femminile dirama un comunicato in cui "stigmatizza e condanna con forza ogni atto di intolleranza razziale". Lo firma il vicepresidente. Il presidente è Stefano Pennestrì, figlio del già sufficientemente citato (o forse mai abbastanza) Antonio. 
In Toscana è cominciata domenica una partita di Seconda categoria, tra Cinquale e Monzone. Nel primo tempo un calciatore del Monzone, Nicola Pasquini, 20 anni, cade a terra. Infarto. Coma. I capitano si parlano. Finiamola qui. L' arbitro fischia la fine al 20' . Mentre Pasquini era ancora ricoverato in coma farmacologico all' ospedale di Massa è arrivata la sentenza della Disciplinare toscana. Per entrambe sconfitta a tavolino per 0-3, un punto di penalizzazione in classifica e 300 euro di multa. La sentenza parte con un "pur comprendendo le motivazioni che hanno portato alla sospensione della gara per un episodio particolarmente drammatico" che da solo vale uno 0. Come già poche settimane fa per una partita di ragazzini (allora era morto il padre di uno di loro, appena prima della partita), qui si ribadisce che agli esseri umani, se stanno giocando a calcio, si proibisce di avere reazioni umane. Se le hanno, vengono sanzionate, sia pure con molta comprensione. Ma che giustizia è mai questa? Che tipo di sportivo-zombie può generare? Nei confronti di chi o cosa sono colpevoli due squadre che si trovano d' accordo a dire basta perché uno dei loro forse muore? Non esistono attenuanti per la gravità del fatto? Troppe domande per una sola risposta, ed è orribile che venga dallo sport: pietà l' è morta.

GIANNI MURA - La Repubblica

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Sesto San Giovanni, 14 aprile 2011 - "Sono tutte bugie! non c’è stato alcun coro razzista nei confronti di Abiola Wabara. Tant’è vero che anche gli arbitri non hanno scritto nulla nel loro referto! È solo una manovra orchestrata dal Geas Sesto San Giovanni. Inoltre non c’erano striscioni degli Eagles Cantù, né tantomeno del Calcio Como; né Eagles, né Ultras erano presenti al Palasampietro". Dura presa di posizione da parte del tifo organizzato cestistico e calcistico comasco e canturino sulla ben nota vicenda relativa ai presunti insulti alla giocatrice della Bracco Sesto San Giovanni in occasione della gara disputata al Palasampietro lo scorso 6 aprile per i quarti di finale dei playoff di basket femminile e che si è conclusa con il successo delle milanesi che poi, nella "bella" hanno ottenuto il passaggio alle semifinali che stanno disputando contro Taranto.
Inequivocabile il comunicato che gli Eagles hanno diramato ieri, prendendo le distanze nel modo più assoluto dal gesto che è stato, a loro dire, "enfatizzato oltremodo e senza ragione", da altre fonti d’informazione. "Va chiarito - si legge nel comunicato, poi sottoscritto anche dai ragazzi della Curva del Calcio Como - che mercoledì scorso in occasione della partita tra Pool Comense e Geas Sesto San Giovanni al Palasampietro i gruppi di tifosi organizzati degli Eagles Cantù e degli Ultras del Como non c’erano (infatti non apparivano striscioni) e niente hanno a che fare con quanto superficialmente ed avventatamente è stato riportato su tutta la stampa nazionale. Considerato che, come spesso succede, la colpa di ogni nefandezza viene addossata ai famigerati “Ultras”, ci siamo sentiti comunque chiamati in causa e, assunte scrupolose informazioni siamo giunti ad una conclusione chiara ed inequivocabile: Abiola Wabara ha mentito! Sono tutte bugie e non c’è stato alcun coro razzista. Questi cori li avrebbero sentiti solo lei e i suoi dirigenti, nessun altro. Gli arbitri non hanno sentito nulla anche perché non hanno riportato alcunché nel loro referto. E questi cori non sono nemmeno stati sentiti dai dirigenti della Comense, nè tantomeno dal migliaio di spettatori presenti".
Il comunicato stigmatizza poi la reazione avuta dalla giocatrice di origne nigeriana (reazione di cui avevano parlato anche i dirigenti della Pool, evidentemente non sopresi dell’accaduto quanto gli Eagles, ndr): "La verità è che la giocatrice, a fine partita, ha perso il controllo, come a volte capita a tutti i giocatori ed è andata verso i tifosi con fare minaccioso e mostrando ripetutamente il dito medio. A quel punto probabilmente si è accorta di aver esagerato e di rischiare una squalifica (giocandosi il diritto alla terza gara, la “bella”) e si è giustificata con la provocazione dei cori razzisti". 
La conclusione non ammette repliche: "Chiediamo a chi era presente a quella partita di dire la verità e alla giocatrice del Bracco Geas di chiedere scusa a tutto il pubblico presente ed a noi che siamo stati ingiustamente messi alla gogna da tutta la stampa nazionale".
di Maurizio Magnoni (Il Giorno)

.......e i due D.a.spo., allora ? ;-)

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