mercoledì 20 giugno 2012

Can you feel the spirit ?


D.: Che cosa significa la parola “fan” per te ?
Guarda, io sono un grosso fan. Ho la mentalità di un fan. Non posso sentire che si dica male di Elvis Presley, Hank Williams, John Fogerty, Jackson Browne, Southside Johnny, perchè sono un inguaribile fan di questa gente. Sono capace di sopportare di tutto per poter incontrare una di queste persone, quelle che sono ancora vive, naturalmente. E una volta ci sono andato molto vicino. Dopo aver suonato in un club di Memphis, io e Steve andammo a Graceland, la casa di Elvis Presley. Scavalcammo il muro di cinta e attraversammo di corsa il parco ...”
Bruce Springsteen, Bruxelles, 27.4.1981


Firenze 10.6.2012 - Eccoci qui a commentare – invece che una partita di basket come accade di solito - questo incredibile concerto di Bruce Springsteen & The E Street Band. Non sarà facile. Tantomeno sarà breve. Avvertenze: questa non è una recensione, quelle le lascio a chi fa questo lavoro professionalmente. Questa è l'orazione di un fan(atic), tifo puro per il rock'n'roll delle origini. 
La prima volta in assoluto che ho ascoltato Springsteen è stata forse nel 1977 o giù di lì, era Born To Run su una radio libera della mia città. Radio Nessun Luogo, stazione ormai scomparsa, travolta dal tempo e dalle tasse S.I.A.E. Mandavano in onda Dylan, Jefferson Airplane, Patti Smith, Marley, The Clash, i primi Police e questo Bruce, poco più di uno sconosciuto. La canzone la ascoltai e mi rimase sotto traccia fino a quando non arrivai all’incirca al 1982, interessanti studi universitari e un piccolo registratore a cassette per ascoltare Nebraska nelle pause tra una lezione e l'altra: non io, ma un mio amico che si portava appresso tutto quel po’ po’ di roba da Alghero, in un zainetto preso al mercatino. Altro che Ipad, nani nanetti e musica liquida…C’era in quegli anni un bel programma in tv, forse raiuno, che si chiamava Mister Fantasy condotto dal buon Carlo Massarini, che ebbe il merito di mandare in onda i primi videoclip. Tanto per capirci, faceva vedere THE CLASH, Atlantic City (che era ed è in bianco e nero) e qualche spezzone di No Nukes (1980) film antinucleare con una spaventosa performance del nostro, ancor giovane e magrissimo. Da lì scattò la scintilla e mi procurai tutti i primi 5 dischi dell’americano. Trovai tutto interessante, anzi affascinante, il fatto che la band suonasse col sassofono, cosa inusuale nel rock (forse i Traffic di Steve Winwood…), che ci fossero due tastieristi e che lui cantasse in quel modo da furibondo. Sembrava un pazzo al quale avevano appena soffiato la ragazza. Comprai ogni cosa che lo riguardasse, collezionai pezzi di giornale, rarissimi, che parlavano di lui una volta all’anno, fanzine costose e i libri (all’epoca non più di due o tre) in italiano. Parecchi preziosi bootleg, testimonianze storiche di incandescenti show, iniziarono ad adornare la mia cameretta. 
Devo dire che rimasi fulminato da “Nato Per Correre”, la biografia scritta da Dave Marsh, tradotta in italiano, miracolosamente trovata alle messaggerie sarde in unica copia. Marsh era un tipo che seguiva Bruce fin dai primi concerti del 1972, un fan scatenato, secondo me la persona più idonea per parlare di Bruce. Fotografie solo in b/n. Lessi e divorai singole pagine, mi sembrava tutto incredibile, come era possibile che una band che suonava nei bar fosse arrivata a quei livelli di celebrità: Born in the U.S.A. e il tour mondiale milionario. Pochi artisti nella mia vita hanno fatto scattare la scintilla come Bruce, pochi cantanti misconosciuti hanno poi conosciuto la fama e la celebrità come lui. E ricordo con emozione quelle tre piccole cassette C90 con il concerto di San Siro, 21 giugno 1985, la luce negli occhi del mio amico appena sbarcato dal traghetto, la febbre a 41° che lo prese e l’afonia: “non posso spiegartelo, è incredibile dal vivo, ascoltalo”. Riuscii ad ascoltarlo pure in spiaggia, cercando nuovi accoliti come un killer sotto il sole. Bisognava essere un po' matti per ascoltare Bruce Springsteen nel 1984 ai tempi della new wave e dei new romantic. 
Finalmente riuscii a vederlo dal vivo, Roma stadio Flaminio 16.6.1988. Forgiato nel fuoco e nel caldo della canicola romana, battezzato dai Miami Horns, sezione fiati che lo accompagnava. Non posso vantare un numero strepitoso di concerti visti, sono forse un quindicina distribuiti in un arco di ventiquattro anni, che secondo me non sono pochi. La vita di un neo-laureato.
A Firenze quest’anno sono entrato alle 17:35, orario improbabile per andare sotto il palco, ed ho ammirato ancora una volta lo spettacolo della folla springsteeniana, in devota attesa dell’evento; mi sono piazzato con degli amici vicino al palco degli altrimenti abili, luogo prezioso perché oltre a parlare con tante persone poco fortunate ma allegre, là sotto abbiamo nascosto zaini, roba asciutta, macchine fotografiche e cellulari, salvandoli dal diluvio.
E’ difficile spiegare qui che cosa è accaduto quando hanno sfumato il Maestro Morricone (C'era una volta l'West) ed è partita BADLANDS, forse ci conviene vedere un filmato TeleCincoEs piuttosto nitido di Madrid, estadio Santiago Bernabeu,esattamente alla stessa ora ma sette giorni più tardi. (ora scopro che c'erano pure gli svedesi con la scritta "Fire", sono fan devoti straordinari). “Ribellione” e “disapprovazione”, questo esprimono quelle parole, davvero difficile non condividerle: “luci spente stanotte, guai nelle zone centrali/ho la testa che scoppia, le viscere in subbuglio/in mezzo a un fuoco incrociato che non comprendo/ma una cosa so per certo/non mi frega più nulla delle vecchie solite cose/e non mi frega niente di quello che accadrà/dolcezza voglio il cuore, l’anima/voglio il controllo, tutto adesso/è bene che tu mi ascolti/sto parlando di un sogno/di come realizzarlo/ti svegli la notte con la paura reale/di vedere la vita scorrere/in attesa di un momento che non arriva mai”
Sovente Bruce parte in quarta nei suoi concerti, assesta 3,4,5 rocker giusto per stenderci, per farci capire quello che vuole fare questa notte, per tutta la notte. Il prezzo che dovremo pagare. E in questo set iniziale ci mette ben tre pezzi del nuovo convincente album, ci infila una WRECKING BALL con questi fiati sontuosi e questi cori neri che spingono: “fammi vedere ciò che sai fare ragazzo, tira la tua palla demolitrice!”, scandita dieci volte in uno stadio in visibilio. Uno stadio che diventa a seconda dei casi: una ballroom per canzoni nere di soul music; un irish pub per DEATH IN MY HOMETOWN, con tin whistle acuti e assordanti, con i fiati che sembrano la banda del V.F.D. di New York City; oppure la scatenata arena rock che noi tutti abbiamo ardentemente atteso.
Al concerto di Bruce si ride e si piange, è come un film di Roberto Benigni, solo pochi Artisti al mondo hanno questo potere sulla gente. Ti fa pensare, ti fa commuovere riflettendo sugli ultimi, pensando a chi è derelitto e a chi non ce la fa. Bruce ha salvato la vita di tutte queste persone, ne ho la prova. Il milionario Bruce è rimasto modesto come le sue origini, papà autista irlandese perennemente infuriato col mondo, mamma immigrata di Sorrento, casalinga, vera base fondante della sua famiglia. Non può non pensare a chi soffre ogni giorno e parte JACK OF ALL TRADES, migliaia di luci fioche si accendono per illuminare il verso più terribile, spaventoso che abbia mai sentito pronunciare dalla bocca di Bruce in trenta anni: “If I had me a gun, I’d find the bastards/And shoot ‘em on sight/I’m jack all of trades, we’ll be all right”. La rabbia di chi è rimasto escluso, di chi ha visto bruciato in un attimo il lavoro di una vita, di chi non ha trovato che fango o terra arida nelle BADLANDS del Wyoming o del Campidano, di chi “aveva debiti che nessuno uomo onesto potrà mai pagare”. Il violino di Suzy Tyrrell, la chitarra di Nils Lofgren, una tromba accompagnano il finale del pezzo, una musica maestosa e mai udita prima in un concerto di Bruce, a metà tra una celebrazione e un funerale, roba che farebbe felice Goran Bregoviç.  
foto di Anna_tammi
“Sento un peso opprimente la notte, quando dormo nella mia bella casa. Roba che mi uccide” (intervista a Neil McCormick©Daily Telegraph). Bruce si fa carico dei problemi degli altri, anzi se li carica fisicamente sulle spalle come il cartello di “Spanish Eyes” al Bernabeu, conscio che tutto questo è salvifico. Conscio che la redenzione, nostra e sua, passa attraverso questa durissima notte. La notte dell’America, dell’American Dream e del nostro labile sogno di gloria europeo.

Ho ricordi a sprazzi del concerto, ho necessità di vedere almeno la scaletta per ripercorrere quel turbinio di emozioni.
VAN THE MAN. Ascolto a bocca aperta i vocalizzi di MY CITY OF RUINS, quando Bruce dimostra di essere stato buon allievo di Van Morrison, l’irascibile di Belfast che non deve essere esattamente un adoratore del Boss; oggi posso dire che l’allievo ha superato il maestro. Canto insieme a tutti su SPIRIT IN THE NIGHT e rivedo il sogno. “Can you feel the spirit, now?!”, canta Bruce, e sembra di vedere quei folli personaggi romantici della canzone: “il cielo andava rischiarandosi, le stelle investivano di luce Billy e Davy/che danzavano al chiaro di luna/e tutti ci lanciavamo palle di fango giù al lago/Killer Joe era sfinito, sul prato/ Hazy Davy era conciato malissimo/si gettò in acqua con camicia e calzini/Io e Crazy Janey ci rotolavamo, amoreggiando e cantando le nostre canzoni di compleanno”. Bruce gioca col pubblico, riceve rose e le annusa, caracolla sul palco ed è tutto come allora, l’Arno forse è il Greasy Lake e qui siamo come al Bottom Line '75 di New York, o alla Winterland '78 di San Francisco con la gente che canta invasata “all night! All night! All night!” e vorrebbe ripeterlo allo sfinimento, come un mantra, come una profezia, intorno al sacro totem del rock. Per fortuna che ero lì.
Ascolto quel medley Honky Tonk Woman/Darlington County; mi emoziono su BURNING LOVE, che fu di Elvis. Mi sembra quasi che Bruce, grande amante della buona (vera) musica e devoto fan, abbia voluto passare in rassegna, come in un bel museo, tutti i pezzi migliori della tradizione americana. Bruce che porta la mano destra sul cuore e ripete convinto "soul music, soul music": ecco l’Apollo Medley, stanotte Sam Cooke e il meticcio newyorkese di Puerto Rico Willy DeVille sorridono soddisfatti lassù in Paradiso. Il rock delle radici, gli Stones, del resto Bruce e Little Steven hanno ammesso che da ragazzi volevano essere proprio come loro. Il gospel di ROCKY GROUND, questa gemma nata nel cuore dell’ultimo disco. Il Bruce più hip-hop della sua storia.
WORKIN' ON THE HIGHWAY: come un fan emozionato e devoto, Bruce imbraccia la chitarra e sotto un diluvio che Dio solo sa, ancora una volta si spinge fino all'estremo del palco. Per fortuna persone coraggiose e previdenti hanno immortalato il tutto. Chi era lì (45.000 buoni testimoni) vede la reincarnazione di Elvis Presley, stessa chitarra nera, stesse movenze per quel ragazzo che si introdusse saltando un muro negli anni ’70 a Graceland, anche lui per vedere da vicino il suo mito: “Lavoro sull’autostrada/spiano l’asfalto/rompo il fondo stradale/e non mi fermo mai”. Bruce gira il microfono e ammicca con qualche girl sotto il palco, continua incalzante la musica, dietro Max Weinberg (due interventi al tunnel-carpale, "Mighty" barcolla ma non molla) che non cede di un millimetro: “figliolo ma non vedi che è solo una bambina?/ Cosa vuoi che ne sappia di questo mondo crudele…”. E’ difficile far sorridere le persone su un pezzo che parla di road gang (gruppi di detenuti ai lavori forzati), di Prosecutor (pubblico ministero che mantiene le promesse) e di giudici americani che danno di matti, che si infuriano e ti ficcano dentro (“and the judge got mad and he put me straight away”). 

Dicevo, solo Bruce può farlo, solo lui può essere credibile in una simile bolgia rock. Solo Bruce può muoversi come se fosse incatenato su SHACKLED AND DRAWN, ci siamo risvegliati in catene per colpa della crisi, come può esserci accaduto tutto questo. come abbiamo potuto consentirlo?
Poi arriva il treno dei Santi, peccatori, giocatori, Re e puttane, ed è partita LAND OF HOPE AND DREAMS, una canzone con veri diamanti incastonati, quella song “People Get Ready” di Curtis Mayfield & The Impressions, ovvero come si possono dire parole di vera contestazione dentro una veste soul. Poco più di una canzonetta, all’epoca, ma che diceva alla gente cose terribilmente vere. “Gente preparatevi! Quel treno sta arrivando”. Il treno della redenzione, della libertà, anzi della pioggia di libertà. Bob Marley qui ci starebbe bene (Redemption song), certamente Jimmy Cliff, uno che è delle sue parti, un nero che Bruce ha sempre amato fin da quando prese un suo disco all’aeroporto di Amsterdam: ecco TRAPPED, in poche parole, come a Milano nel 1985. Da quel punto in poi ho ricordi confusi, mezzo perso nel diluvio e impegnato a difendermi dal temporale. 9 pezzi uno dietro l’altro, di ROCKY GROUND ho già detto, su Dancing in the dark vedo gente lanciarsi e rotolare sul pavimento in plastica dello stadio, c’è gente stravolta dalla fatica, trasfigurata dalla passione e dall’acqua, fa freddo e il mio giubbotto è totalmente intriso. Un ombrello ridicolo non è sufficiente.
FIRENZE FUORI GIOCO: Su Tenth Avenue Freeze-Out, il più grande rhythm’n’blues cantato da un rocker, la gente sembra demordere, quei 10.000 “molto pazzi” continuano a saltare sotto il palco, ma il miracolo avviene dopo. Bruce si consulta con i suoi, “one more! One more!” urla al microfono, ed allora mi commuovo perché vedo materializzarsi quel testimone, la musica più bella che sia mai uscita dalle casse di uno stereo, che passa di mano in mano: ecco gli Isley Brothers, 1962, poi i Beatles, bellissimi e giovani al Cavern di Liverpool con John che urla dentro il microfono, ecco il viso chicano di Ricardo Valenzuela alias Ricky Valens, THE WHO con John Entwistle e il mitico Keith Moon (gli inglesi la eseguivano in apertura di show), un testimone che fa il giro del mondo e arriva fino a Firenze, Italia. Con il nostro Bruce che canta TWIST AND SHOUT sotto la pioggia. Ragazzi e ragazze neppure nati ai tempi di Born in The U.S.A. che cantano sotto il palco estasiati, Bruce che cita come al solito LA BAMBA, perché oggi è festa. Tutto troppo bello per essere solo raccontato qui dentro. 

Ma i fan italiani sono duri a morire ("you are fuckin' die-hards", urla al microfono), perciò ci regala ancora un bis, WHO’LL STOP THE RAIN, dei Creedence Clearwater Revival, quelli di John Fogerty che lui adora, la canzone delle truppe americane in Vietnam. “Voglio sapere chi fermerà quella pioggia!”. I wanna know.
E’ finita, purtroppo, e nella disfatta che segue allo show anche se nessuno ha perso stanotte, vedo una vera e propria Waterloo della passione springsteeniana, gente che fugge o si ripara dalla pioggia torrenziale sotto la Fiesole, anch’io mi cambio con magliette asciutte, perdo ogni contatto con gli altri, scatta il si salvi chi può. Giro intorno allo stadio e vedo che stanno già smontando il palco mettendolo a pezzi dentro grossi TIR. Vedo scene buffe mentre cerco di recuperare l’auto, uomini e donne mezzo nudi in uno sportello bancomat, gente seminuda avvolta in bandiere fradice, gente che addenta panini caldi al “zozzo” ben oltre la mezzanotte e poi un tale che gira in piazza Libertà con la testa dentro un cartone usato come ombrello. Guido piano dentro il centro storico di Firenze, riguadagno attraverso strade secondarie un garage, in giro all’una e trentacinque circa ci sono solo reduci del concerto, totalmente bagnati ma palesemente felici. E’ stata davvero dura, il concerto più bagnato e più intenso della storia. Una specie di Woodstock degli springsteeniani e c’è chi prosegue domattina per Trieste. Bruce oggi l’ha detto forte e chiaro, il rock non è morto. Chi fermerà la pioggia ma soprattutto chi fermerà Bruce? 
L’ho seguito. L’ho ascoltato. Mi ha fatto riflettere. Mi ha dato una forza immensa, ma è solo il 10% della forza di quest’uomo provvisto di un DNA speciale. Non mi ha mai abbandonato anche quando per qualche anno mi sono scordato di lui e persino di comprare un suo disco, ma quando l’ho cercato c’era di nuovo, come l’amico schietto, sincero e leale. Non ho mai visto tanta forte passione come in quegli occhi accesi e felici delle persone, uomini e donne dai 10 ai 70 anni, che erano lì, a Firenze, come a Milano, a Trieste e sui palchi di tutta Europa. Ovunque quella bandiera sventolerà, noi ci saremo. 
All aboard…London is the next stop.
*
(post dedicato a Dario, Michele e Mariano, i miei "blood brothers" nei primi anni '80).


le  migliaia di stelle della notte di Milano, 7.6.2012:
dalla fanzine "Follow that dream", 1985
“Springsteen ce l’aveva fatta, eppure non voleva saperne di riposarsi, e la cosa più strana era che tutto quello che stancava tutti gli altri, band compresa, a lui sembrava ringiovanirlo. Si affacciava alla sala del concerto a tardo pomeriggio, e sembrava uno straccio. Ma quando saliva sul palco, gli brillavano gli occhi, e dopo lo spettacolo parlava fino all’alba con tutti quelli che gli si avvicinavano. Era un uomo posseduto? Chiunque abbia letto fin qui ha la sua risposta”.
Dave Marsh, “Born To Run”, Gammalibri, prima edizione aprile 1983    
Barcelona, Estadi Olimpic


foto dal PIT di Barcelona, Spagna, si ringrazia Anna_tammi

il Madison Square Garden di NYC
7 aprile 2012 - foto di Anna_tammi

N.B.: le traduzioni di stralci delle canzoni sono tratte dai rispettivi libri di Leonardo Colombati e Ermanno Labianca, tutti i diritti sono riservati agli autori (c) che ringrazio.

venerdì 8 giugno 2012

Bruce is back in town !



"Ho chiesto a mio figlio se gli interessava un biglietto per Bruce Springsteen, mi ha detto che preferiva i Metallica. Alla sua età se mi avessero offerto un biglietto per Sinatra ci sarei andato, pure se avevo altri gusti" (coach Meo Sacchetti, La Repubblica, 17.5.2012)
*
"Al mondo esistono due categorie di persone: quelle che amano Bruce Springsteen e quelle che non lo hanno mai visto suonare dal vivo." (Larry Katz, Boston Herald)



Ritorna il mito, ritorna il Boss. 
Che cosa si può ancora scrivere che non sia stato già scritto sul piccolo-grande uomo del New Jersey. Il primo disco l'ha pubblicato che aveva 24 anni, e le truppe americane erano ancora in Vietnam, in pratica accadde una vita fa. Milioni di dischi venduti, milioni di biglietti staccati in tutto il mondo con destinazione "the promised land", centinaia di libri e pubblicazioni sul suo conto, una miriade di siti, forum, blog, webzine, fanzine e quant'altro dedicate al rocker più grande e più longevo di sempre: Bruce Springsteen. Negli Stati Uniti il suo nome da tempo è circondato da un'aurea di rispetto e devozione, anche i non-fan come minimo vi diranno che è una persona autorevole. I suoi testi vengono studiati in diverse Università americane e sono oggetto di studi accurati, persino di tesi di laurea. Ha vinto premi prestigiosi, è stato premiato con l'Oscar e con il Polar Prize dai Re di Svezia e non so quanti trionfi ha collezionato in giro per il pianeta. Per capire la sua influenza sulle giovani generazioni ricordo che qualcuno tempo fa l'aveva proposto come nuovo Governatore del New Jersey, il Garden-State nel quale è nato il mito springsteeniano. In Italia siamo a livelli incredibili di pura passione, lo ascoltano operai, baristi, impiegati, professori universitari e professori di scuola, taxisti, baskettari, medici, giornalisti, tecnici di laboratorio, e anche qualche avvocato/a.
Per capire l'entità del fenomeno o per meglio dire lo psico-dramma con lieto fine che Bruce riesce a sviluppare sul palco, nel corso dei suoi lunghissimi concerti (l'ultimo è quello di San Siro, ieri notte, durata 3h40m, praticamente il doppio di una partita di basket) sarebbe molto meglio esserci. Non a caso una trentina di anni fa i suoi show vennero paragonati a sedute psico-analitiche. Quindi non vi è altro da fare che procurarsi un biglietto e iniziare a contare i giorni che ci separano dall'evento; le attese, i racconti di chi c'è già stato che rimbalzano via SMS , le set-list dei concerti precedenti, le dritte per gli alberghi, gli appuntamenti con i brothers sotto il palco o nel "terzo tempo". Ho già cercato di spiegare qui che Bruce non è qualcosa destinata ai profani, è una sorta di messa laica e la quintessenza della sua musica è costituita dalla prospettiva live. 
Il suo mito è nato tanti anni fa in tournee: in giro per teatri, palazzetti, scuole, ospedali e manicomi ha costruito buona parte della sua fama. Il suo disco in studio non può rendere il 70% dell'energia rock'n'roll sprigionata dai suoi show, mai uno uguale a quello precedente. E' uno di noi, nel senso che ha sempre qualche storia reale da raccontare fatta di drammi, storie di resistenza umana, scorci di vita vera, che irrompe nel bel mezzo delle nostre vite, e proprio quest'ultimo ottimo disco (Wrecking Ball), che consiglierei di ascoltare almeno sul web, è giunto come la manna dal cielo a risollevarci dal grigiore e dalla depressione della Nuova Crisi Mondiale. 
Ma torniamo al suo concerto: è incredibile l'attesa che si respira già molte ore prima dello show, trovi gente venuta da tutta Europa, in giro per la città con le magliette dedicata al mito. A Milano (Assago) nel 2007 avevo beccato un greco, proveniente da Cipro, al quale avevo venduto doverosamente a prezzo di costo un biglietto che avevo in più; mi aveva fatto un po' di tenerezza, sembrava un sardo che arriva speranzoso da tanto lontano, in realtà era un grosso fan della tifoseria greca obbligata ai voli aerei (Bruce non ha mai suonato lì). A Madrid, dentro il Palacio des Deportes, ero circondato da sardi, milanesi, barcellonesi, madrileni e nel tripudio di Born To Run vidi sventolare una bandiera lusitana. Un'altra volta, nel 1993, ero allo stadio Flaminio di Roma e compresi bene cosa voleva dire un concerto di quasi quattro ore. Infine a San Siro nel 2008 sotto di me c'erano olandesi e inglesi, gente abituata a girare l'Europa appresso alla magnifica E Street Band, il gruppo che da sempre è a fianco di Bruce è che ha resistito all'insulto del tempo, a lutti e ad inconsulti scioglimenti (con altrettanto rapide rifondazioni). Potrei parlarvi per ore e ore della straordinaria energia vitale sviluppata dal rock di Bruce ma rischierei di essere banale o scontato. Per capirla bisogna essere lì, in mezzo al suo popolo; posso solo dirvi che conosco fan italiani che si imbarcati per vedere un suo concerto a Gran Canaria, nel mese di maggio. Lo stesso Gianmaria Vacirca, ex GM del Montegranaro e grande amico di Paolo Citrini, è in giro per l'Europa con un vecchio furgoncino VW, stile anni '70, col suo "barracuda rocktour" e al solo fine di fare incetta di emozioni, passione, rock'n'roll stradaiolo e molta birra. 
Solo Bruce può significare molti amici trovati "further up on the road". Solo Bruce significa una moltitudine di brothers & sisters con la stessa speranza di redenzione, con una lucetta in mano su JACK OF ALL TRADES o tutti in piedi sull'immortale BADLANDS. Ripensando alla rabbia di un tempo, e a come può esserci accaduto tutto questo, con i giovani tuttofare con la laurea nel cassetto che consegnano le pizze, alla gioia di una ROSALITA che ha sempre il sorriso pronto e magari qualcosa in più... Bruce è l'unico capace di trasformare uno stadio o un'arena indoor nel migliore pub di Dublino o di Galway sulle note di DEATH IN MY HOMETOWN. Bruce è l'unico ad avere scritto la migliore canzone di sempre dedicata al football americano, cioè WRECKING BALL, che parla di Giants Stadium, di ferro che diventa ruggine, di grandi campioni che sopravvivono al tempo e all'abbattimento degli stadi. 
Benzina per le nostre vite, aria per i nostri polmoni, idee vere, non mera retorica, con cui confrontarsi per continuare ad avere una ragione per credere. Bruce c'è e ci sarà sempre, è l'unico rocker disposto a guardare in faccia il suo pubblico senza vergognarsi. 
E il fattore del South Dakota, colpito dalla siccità, che vede il suo raccolto sparire (THIS HARD LAND) è forse qualcosa di diverso dal contadino sardo, strozzato dai debiti, dal maltempo e dalla crisi?   
Ma non voglio tediarvi oltre. Luca è già partito, è già on the road e dopo Milano sarà a Firenze, stadio Artemio Franchi (lì modestamente ci sarà pure il sottoscritto, nella speranza che il Boss mi esegua qualcuno dei suoi capolavori; in ogni caso lascio fare a lui, non sono il tipo che prepara cartelli stile juke-box: quanto entro nel suo bar mi fido del "barista").  Poi ci sarà Trieste, stadio Nereo Rocco, e a seguire il tour toccherà buona parte dell'Europa; lui è in giro dai primi di maggio e i primi racconti sono entusiastici. Il prossimo 14 luglio mi auguro di essere a Londra (v. locandina all'inizio) e vi racconterò. Bisogna godersela e lasciar fare a lui, quel treno del resto è già partito e trasporta santi, sognatori, perdenti e vincenti, giocatori e anime in pena.


"Grab your ticket and your suitcase, thunder's rolling down this track
you don't know where you're going now, but you won't be back..."
...
"Come on this train...people get ready!"
Springsteen al Bottom Line di New York,
nello storico concerto del 15 agosto 1975
Milano, 7 giugno 2012 - l'attesa

Bruce da vicino, 7.6.2012, la foto è di Paolo_el diablo
www.dvdrtree.com

The promise eseguita al Carousel di Asbury Park, nel novembre 2009, con Clarence Clemons
:

the promise, Milano, 7.6.2012...




THE PROMISE
Johnny lavora in una 
fabbrica e Billy lavora in centro
Terry lavora in un gruppo rock
Sognando il colpo da un milione di dollari
Io ho un lavoretto giù a Darlington
Ma certe notti non ci vado
Certe notti vado al drive-in, o certe notti resto a casa
Ho seguito quel sogno proprio come fanno nei film
E ho guidato una Challenger giù per la Strada 9 attraverso
i vicoli ciechi e tutte le brutte scene
Quando la promessa fu spezzata morirono un po’ dei miei sogni
Beh, mi ero costruito quella Challenger da solo
Ma avevo bisogno di soldi e così l’ho venduta
Vivevo con un segreto che avrei dovuto tenere per me
Ma una notte mi sono ubriacato e l’ho raccontato
Per tutta la vita ho combattuto questa battaglia
Una battaglia che nessun uomo potrà vincere
Ogni giorno è sempre più difficile
Questo sogno in cui credo
Thunder Road, oh piccola avevi ragione
Thunder Road, c’è qualcosa che sta morendo sull’autostrada stanotte
Ho avuto una grossa vincita e ho battuto la costa
Ma in qualche modo ne ho pagato il duro prezzo
Dentro mi sentivo come se stessi trascinando le anime spezzate
Di tutti quelli che avevano perso
Quando la promessa è spezzata continui a vivere
Ma ti occorre qualcosa che ti venga dall’anima
Come quando viene detta la verità e non fa alcuna differenza
Ma qualcosa nel tuo cuore si raffredda
Ho seguito quel sogno per tutto il sud ovest
E nei vicoli ciechi che finiscono in bar da due soldi
E quando la promessa fu spezzata ero lontano da casa
Dormivo nel sedile posteriore di una macchina presa in prestito
Thunder Road, per le gomme che corrono nella pioggia
Thunder Road, Billy ed io lo dicevamo sempre
Thunder Road, che saremmo arrivati a prendere tutto e poi lo avremmo gettato via

(The Promise - B. Springsteen - 1976)



Bruce & il cinema - THE WRESTLER



Indian Runner (S. Penn)



lunedì 4 giugno 2012

la mia Dinamo: rabbia & stile !



Eccoci. Alle 20:30 esatte di sabato 2 giugno, dopo l'ultimo abbraccio della Dinamo ai suoi tifosi, il palazzetto dello sport di Sassari era totalmente vuoto. "Lights out tonight". Ma quante emozioni e quanto tifo venerdì, solo 24 ore prima. Una settimana da ricordare, iniziata con le file in sede per l'acquisto dei biglietti, con i mille discorsi e i mille pronostici, continuata con la dirette Raisport da Siena di gara1 e gara2, culminata in quell'incredibile abbraccio della folla ad una squadra che, perdente nella serie per 0-3, ha concluso mai doma e a braccia alzate la sua avventura play-off. Forse l'unico caso al mondo di una squadra sconfitta ma vincente, praticamente acclamata dal suo pubblico. Tutto vero.
GARA 3 - che cosa si può dire che non è stato già scritto...intanto quel giorno c'era gente da tutta la Sardegna, una testimonianza di affetto vista raramente qui a Sassari. Noi siamo la Sardegna, c'era gente dal più sperduto paese dell'interno o dall'hinterland cagliaritano. Un tifo identitario, come pochi se ne vedono in giro. Ecco come siamo fatti noi sardi! Procuri due biglietti ad amici che si fanno 450 km (andata e ritorno, badate bene, non su una comoda autostrada ma sua una specie di strada statale rabberciata), e questi arrivano con un vassoio di dolci, "divorati" in settore D nell'intervallo lungo. Perchè noi siamo fatti così, l'ospitalità è la prima cosa, a Sassari, in Gallura come nel Campidano; quindi chi viene da fuori non si meravigli se sconosciuti ti offriranno un dolce, un bicchiere di vino forte o una Ichnusa fresca. Siamo tutti sardi. 
ESPERANDO LA ULTIMA OLAE lì dentro il grido è stato unico "Forza Dinamo per sempre fino alla vittoria", fino alle lacrime trattenute a stento da Travis Diener, che ha ripercorso i fasti del suo College, fino all'emozione grande di Brian, che ci lancia idealmente il cuore in gradinata, fino al Commando che acclama e fa volare in alto il presidente, fino a Citrini che - stavolta con un velo di tristezza negli occhi - viene da noi e ci chiede l'ultima "ola" della stagione. L'unico coach springsteeniano della storia della Dinamo. 
La Dinamo ha surfato forte sulle ali dell'entusiasmo, si sapeva che non sarebbe stato come in gara1 e gara2, la Dinamo voleva chiudere bene davanti al suo popolo. E così è stato almeno per qualche minuto. Il dramma vero è che la Mens Sana Siena è una squadra capace di operare break devastanti di 15-10 punti nella prima o nella seconda frazione, scavando solchi incolmabili. Così è avvenuto anche in gara3, se è vero che all'inizio del secondo tempino eravamo sotto di 16 e rientrare contro quella Siena significa fare le fatiche di Sisifo. Insomma, ipotecano prima le partite; ma a metà dell'ultimo quarto c'è stato un lampo, Easley ha iniziato a schiacciare e Hosley non ha mollato, difendendo sempre. -9 diceva il tabellone, e così siamo risaliti da un parziale assurdo, ma guardando le facce cariche di passione di chi era in gradinata posso dire che si, ci abbiamo creduto in tanti, in quell'ipotetico finale punto a punto. Noi tutti in piedi a far "ballare le gambe" della pluri-scudettata Siena.
RABBIA & STILE - la rabbia di 5000 matti assatanati, mezzo lividi per i torti arbitrali, veri o presunti, rabbia tanto forte da spingere le giacchette grigie a qualche verifica di instant-replay. Cosa accaduta poche volte prima d'ora, e in tutti i casi mai a favore della Dinamo. Perlomeno abbiamo una certezza: ora ci rispettano. 
Lo stile è quello di chi applaude Kaukenas che cade male sotto canestro, lo stile è quello di Meo Sacchetti che va ad accertarsi delle sue condizioni (lui che ci ha rimesso un ginocchio e l'intera carriera per un brutto infortunio), lo stile è quello del Siena che gusta i crostacei nella nostra club house. La (giusta)rabbia è quella della giornalista che chiede a Pianigiani cosa aveva da dire mentre conferiva con gli arbitri, come fa da sempre in partita, lo stile è quello del coach senese che giura "figuriamoci, non riuscivo manco a parlare con il mio assistente, in tutto quel casino!". E' stato il total caos che volevo. Voglio sempre vedere così il mio pubblico.  
Negli ultimi fuochi di gara3 son saltati fuori il maggiore cinismo e la freddezza  - benzina essenziale nel basket dalle under 14 fino alla serie A - di McCalebb e Kaukenas, e tutto il resto è un finale ormai noto. Forse auspicato da qualcuno, visti i valori in campo, ma la storia bellissima del campionato targato Dinamo a quell'ora era già consegnata agli annali. Un squadra da incorniciare, un gruppo come pochi, un'officina di matti incurabili. Non ce n'era più, per noi, ma ci abbiamo creduto e abbiamo lottato, questo è l'importante e chi preconizzava prima di gara3 un garbage-time si è sbagliato di grosso. 
L'EPILOGO - un mare di applausi e un po' di tristezza, pensando che forse alcuni andranno via. I cugini del Wisconsin. Comunico questa sensazione ai vicini di posto, quanti americani abbiamo visto andare via in tanti anni ? Anzi no, previsione errata, mi smentiscono nel breve giro di 20 ore, conferenza stampa ed annuncio che i magnifici cugini restano in maglia Dinamo fino al 2013. E resta pure Brian, il metallaro, il ragazzo in eterna lotta col suo papà. Proprio come in Father&Son di Cat Stevens: 
"I was once like you are now
and I know that it’s not easy
to be calm when you’ve found something going on
but take your time, think a lot
why, think of everything you’ve got
for you will still be here tomorrow
but your dreams may not". (father)

(nota) I primi anni coach Meo si scherniva, non si sbilanciava col pubblico "da pallavolo", e poi certe critiche avevano un po' lasciato il segno. Dice la storia che nel maggio 2010, al termine di gara5 contro Casale, quella che ci consegnò la finale contro Veroli "and one-way ticket to the Promised Land", ancora tesissimo per la partita (risolta da San Marcelus) non volle vedere nessuno e disse solo: "vado a bermi una bottiglia di Veuve-Clicquot a Balai". Dovete sapere che la spiaggia portotorrese è un luogo mitico per la Polisportiva, simbolico, quasi quanto Platamona per Jiri Hubalek o Stintino per Vanuzzo & Devecchi. Me ne vado e mi guardo il mare da solo; questa cosa mi ha sempre colpito, il coach abbastanza incompreso dalla tifoseria (ma qualcuno poi gli ha chiesto scusa...) che festeggia da solo. Se poi il fatto non è vero, smentitemi, ma le mie fonti sono più che attendibili ;-) E un bel giorno Meo si è fatto fotografare con le giocatrici del Balai Basket (ha fatto bene; ma perché non l'ha fatto anche con le giocatrici del nostro Sant'Orsola? OK Non è importante). 
POST-FAZIONE - quello che è successo la notte di venerdì dentro e tutto intorno al palazzetto, è difficile da raccontare e lo sanno solo quelli che erano in quella bolgia inumana. Una cosa da sconsigliare a chi soffre da agorafobia. Una festa incredibile, folle e commovente, gli eroi biancoblù assediati, acclamati ed esaltati, come avvenne nel 1989, nel 1992, nel 2003 ai tempi di Manuel Carrizo e Rotondo, nel 2010 ai tempi di Re Jason. Chi voleva una foto, chi reclamava un autografo, chi si portava via una scarpa, un calzino o la borraccia di Stonerook; un anziano tifoso che si faceva firmare la maglia da Nika Metreveli e Zuppetta che firmava la maglia dell'anziano tifoso. Si è visto di tutto e di più, bastavano gli sguardi accesi, vivi, non c'era bisogno neppure di parlare, a volte ci sono stati solo sorrisi tra persone accomunate da una fede, quelli di sempre. Gioie e sofferenze sempre per il bene della Dinamo. Gli stessi 300 che erano alla Bunker ai primi di giugno 2010 quando il titolo sportivo stava inesorabilmente prendendo la strada di Bologna. Gli stessi che ritrovo nel mio settore "D", inchiodati da sempre su scomode poltroncine rosse. Gente dal cuore grande.
Poiché il sogno doveva continuare, in poche ore si è deciso che non si poteva chiudere lì: e alle 19,30 di sabato sera, 1000 persone autoconvocate con semplici "tweet" si sono ritrovate nel sacro tempio del dinamismo. Lì abbiamo visto che "loro" sono ragazzi comuni, ragazzi veri: Travis & Drake con i loro strani abbinamenti di colori (tipicamente americani, il popolo più malvestito della terra!), Easley che caracollava sul parquet con un'andatura che piacerebbe a Spike Lee, con berrettino NFL di ordinanza e occhiali da vista stile Malcom X; Quinton che sghignazzava insieme a Easley nel vedere le prodezze nel tiro da centrocampo di tutti quei dirigenti (per lui) bassissimi, fino a quando non ci ha battuto tutti e ha messo la bomba vittoriosa.
E chi c'era lì ha finalmente saputo che è proprio vero, la squadra "è un manicomio aperto al pubblico", felice definizione coniata su questo blog (c) tanto che dall'anno prossimo ci potrebbe essere nello staff uno specialista in psichiatria. Meo ci scherzava, ma non più di tanto. E tenere in piedi tutto quel "circo" di tipi strani (i corsari, io li chiamo così), che tra una vittoria e l'altra hanno sferrato calci ai tabelloni, palloni agli arbitri, improperi assurdi ai poveri coach, scagliato noci di cocco in tranquille cene a ristorante, non deve essere stato mica facile. "Big" Meo è stato grande anche in questo.
Al termine, ho avuto il mio piccolo premio, cioè l'accesso per 5 minuti nell'antro incantato del Palazzetto: lo spogliatoio, il regno di Simone "drago" Unali. In loco li ho visti nella loro semplicità, a noi che sembrano semi-dei in campo con la maglietta biancoblù, nel mettere una tripla buzzer-beater o fare una stoppata. Si sono fatti l'ultima birretta fresca, prima del "rompete le righe". Tutto rigorosamente documentato con tanto di autografi. Trincano che è un piacere, ma un attimo prima Quinton ha offerto un sigarillo (messicano?) a tutti. Speriamo che il taciturno di Harlem ci faccia vedere qualche foto del suo prossimo matrimonio.
Poi ancora bolgia, autografi, foto, risate con Easley e ultimi fuochi. 
Arrivederci a settembre, cari ragazzi, e arrivederci anche a chi -in direzione ostinata e contraria- si è sciroppato tutto questo blog !
Alè Dinamo ! 
Sempre, con rabbia & stile. 

Ress addenta un gambero, nella Club House Dinamo

Siena ci applaude a braccia alzate !

una bandiera per la Dinamo più americana di sempre

Plisnic dialoga sui metodi di cottura del porcetto sardo con un 
supertifoso ogliastrino (Santa Maria Navarrese!)

Travis è finalmente pronto per HAPPY DAYS_reloaded

i berrettini di Tony Easley sono in buone mani...
le ultime birrette dei "nostri": goodbye !

sabato 2 giugno 2012

Onore alla Dinamo: tutti in piedi!

I miei cugini preferiti: CAMPIONATO 2012-2013
Daily basket - sala stampa - di Valentina Sanna
Basket Italy.it - il cuore della Dinamo non basta

Ok, Siena ha vinto, brava Siena, viva Siena, bis bis bis. FINE. Della partita dico solo che la formazione di Pianigiani ("O macellaio") ha allungato perché la Dinamo ha iniziato contrattissima e perché la "macelleria messicana" messa nuovamente in atto dai senesi ha trovato anche nella terna odierna un buon alleato. E' stato facile allora pestare come fabbri con le mazze ferrate e lanciare McCalleb, che da solo in conotropiede ha scavato il solco. Nel secondo tempo la Dinamo ha avuto la sua possibilità, arrivando a circa 10 punti per 4 volte: nelle prime due occasioni sono stati gli arbitri a soccorrere una Siena boccheggiante (nel momento del bisogno si vedono gli "amici"), nelle altre due invece Thornton, il peggiore dei toscani nella serie, ha tirato fuori dal cilindro due triple in stile "ave Maria". Finito.

Passiamo ad altro che è meglio, passiamo alla Dinamo. La Dinamo e la sua stagione. La nostra squadra che ha faticato qualche mese a trovarsi e amalgamarsi, ma quando coach Sacchetti (non scordiamolo mai, coach dell'anno 2012 per la Lega) ha fatto quadrare gli equilibri, la Dinamo ha preso il volo, inanellando una sequela di vittorie abbacinanti, alcune delle quali in emergenza infortuni (vedi soprattutto Milano), e ha fatto vedere a tutti che anche con pochi mezzi e un cuore grande così si può fare qualcosa di indimenticabile. La Dinamo è arrivata quarta in classifica, ha superato il primo turno dei play-off approdando alle semifinali, e tutti questi traguardi li ha raggiunti da sola, senza ricevere niente in regalo, anzi prendendo ceffoni e sgambetti nell'indifferenza generale.

Chi ha creduto nella Dinamo? Anzitutto la presidenza e il coach, che sono partiti da zero e con quasi niente in mano, poi ci ha creduto Travis Diener (che ha firmato subito) e suo cugino Drake, che ha rifiutato un ingaggio elevato a Varese (si parlò anche dell'interessamento ben monetizzato di una squadra estera); i due hanno scelto di vivere un'avventura "in stile college" (parola di Travis) e sono stati lungimiranti. Attorno a loro, a Plisnic e al gruppo degli italiani poi è arrivato il resto del roster: a partire da quel Quinton Hosley che a inizio stagione pareva un mezzo giocatore. Ha creduto nella Dinamo la città, la tifoseria, che è la migliore d'Italia (vedi la Coppa Disciplina) e che per essa ha viaggiato in tutto il Bel Paese affrontando spese elevate (siamo in Sardegna, siamo isolati: viaggiare costa). Poi ci ha creduto anche la Sardegna, che si è stretta attorno alla squadra (con le mire invidiose di qualcuno del capo di sotto che non riesce mai ad essere veramente felice per le nostre vittorie).

Chi non ha creduto nella Dinamo? Due brocchi: Benson anzitutto, che era venuto qui a svernare in attesa della chiamata NBA (verrà poi scartato con disonore: tuttoggi gira in rete il video del pre-season NBA, in cui una piccola guardia lo stoppa mentre va a schiacciare e lui cade cu*o a terra). Steven Hunter: sapeva di essere malato, ma è venuto e rimpolparsi il portafoglio, scappando poi come un coniglio quando si è saputo cosa aveva. Benson e Hunter non sono gente da Dinamo, sono l'antitesi della Dinamo, sono la negazione dello spirito Dinamo. Nella Dinamo non hanno creduto neanche James White e Othello Hunter, che hanno sparato cifre di ingaggio elevatissime (la classica scusa per dire: qui non voglio restare), il secondo dei due giace in una squadretta asiatica di infima categoria, il primo continua a cercare di fare la primadonna da un'altra parte, a Pesaro. Non hanno creduto nella Dinamo poi tutti quelli che, nella penisola, pensavano che non avremmo fatto niente (qualcuno diceva: Sassari lotterà per non retrocedere). Beh, ora si ricredano tutti, in fila uno dopo l'altro, molti dei quali dopo essere stati battuti (alcuni umiliati e surclassati sul campo) ed essere rimasti a guardare i play-off da casa. La lista si potrebbe anche allungare, dico solo che anche quest'anno l'atteggiamento dell'Associazione Italiana Arbitri Pallacanestro ha mostrato il suo consueto volto attraverso l'operato di tanti, troppi fischietti, per i quali il blasone (in regular season e nei play-off) ha comportato una visione del gioco alterata da tale mancanza di professionalità, e lo sottoscrivo due volte proprio alla fine di questa scandalosa serie con Siena (viva Siena! Siena è bravissima! ma anche: due palle Siena, macellaia Siena).

Meo Sacchetti, il direttore d'orchestra. Le sue squadre tardano sempre ad entrare in forma, quindi partono piano, ma Meo da ex giocatore sa cosa ci vuole per far girare i suoi al meglio. Pazienza se costruisce squadre leggere (continuo a dire: non mi piace come idea), riesce sempre a portare qualcosa di buono a casa. E poi è un signore, soprattutto con gli arbitri (ma come fa? Io sarei perennemente squalificato e multato). Non scordiamo che Meo a metà del girone di andata ha subito pesanti contestazioni da parte di alcuni tifosi (in rete certi loro insulti, soprattutto sul personale, sono ancora leggibili), gli stessi che oggi hanno inneggiato a lui come fosse un Messia. Ma Meo è stato di più. Meo è il più grande allenatore della storia della Dinamo: parlano i risultati. Il lavoro suo e del suo staff tecnico è stato certosino, con una predilezione al lato motivazionale rispetto a quello dei giochi, per i quali alla squadra è stata data grande libertà espressiva (cosa che funziona solo se hai un Travis Diener , o un Pozzecco in squadra ).

La squadra. I cugini terribili di Fond Du Lac hanno dato tutto. Attaccanti sopraffini, sublimi interpreti del pick and roll, del penetra e scarica, del step back and shoot, hanno dato leadrship, canestri esiziali (la bomba di Travis contro Venezia allo scadere la ricordate? Di sicuro è ancora negli occhi il tiro impossibile dall'angolo di Drake contro Bologna) e nelle voci assist e rimbalzi (sì, anche rimbalzi: guardate le cifre) si sono fatti valere. E ricordiamo che Travis non ha più al top la gamba che ha subito l'operazione. Certo non sono due veri difensori nell'uno contro uno, ma ci mettono comunque tutto. 
Quinton Hosley: ruvido ad inizio stagione, nervoso, è venuto fuori alla distanza; non ha il miglior ball handling del pianeta, ma come difende lui... Ha dato molto a rimbalzo, e in attacco ha saputo accendere la luce (ma anche spegnerla) con lampi incredibili. A Milano ha prodotto una sparatoria sul canestro dell'Olimpia che difficilmente sarà dimenticata. 
Vanja Plisnic: sempre alle prese col suo mal di schiena, ha lavorato in silenzio, aprendo le difese con le triple e tagliandole in due con le penetrazioni. Un lavoratore. 
Tony Easley: il ragazzo catapultato nella massima serie, pur con alcuni difetti dovuti alla giovane età ha saputo squassare fior di difese (Siena compresa, quando ha potuto giocare in verticale, vedi oggi) a suon di schiacciate e stoppate, e ha portato energia ed entusiasmo in una squadra che a lungo ha giocato senza centro (vedi i due brocchi di cui sopra). 
Il capitano Vanuzzo: epocale giocatore dell'ultima era Dinamo, paragonabile per importanza a un Casarin o un Rotondo. Tiratore sul perimetro (anche con l'arco più lontano) temibilissimo (Bologna - con le sue ferie anticipate - ne sa qualcosa). Manuel ha dato il giro di vite che serviva in difesa contro ogni giocatore che è stato affidato alle sue cure, fosse più piccolo o più alto. Semplicemente incredibile. 
Mauro Pinton, la guardia che fa il play, con minutaggi bassi ha espresso poco, quando ha avuto più spazio ha fatto vedere qualcosa (per esempio i suoi 9 assist nella vittoria di Milano) e nella serie con Siena ha saputo saltare con velocità l'uomo più volte creando superiorità numerica, una novità graditissima. 
Jack Devecchi. A lungo infortunato, ha comunque dato il suo: non è solo più una questione di ottima difesa, Jack ha costruito un palleggio-arresto-tiro che prima non era nelle sue corde e spesso ha attaccato il canestro per scaricare bene sui tiratori nell'arco. Grande, grandissimo Jack. 
Brian Sacchetti. Anche lui ha dato di più quando ha avuto minutaggi più alti. Il suo tiro da fuori e le sue lotte sotto canestro (spesso ha giocato da 4 contro avversari molto più alti di lui) hanno riempito più di un buco. La sua lucida follia e lo scherzare continuo (anche più di Easley) sono stati contagiosi per la squadra. 
Nika Metreveli. Girato da Siena per farsi le ossa (gli sarebbe stato più utile un rodaggio in Legadue), ha espresso giocate - difensive ed offensive - pregevoli, alternate però a errori grossolani. E' sempre stato sulle sue, senza mai strafare, segno di un carattere appena chiuso. Anche lui come Easley ha ottimi margini di miglioramento. 
Tony Binetti. E' venuto a stagione iniziata, giusto per non stare fermo, ha giocato poco. Sono dell'idea che se avesse avuto 6-7 minuti a partita la Dinamo ne avrebbe giovato: Tony sa segnare (lo conosciamo) e penetra per scaricare davvero bene.

Questa è la Dinamo. Questa è la squadra che ci ha fatto soffrire (poco) e gioire (tanto) in questa stagione che, non mi pare ancora vero, è volata via alla velocità della luce. Questi sono i ragazzi di cui noi tutti oggi siamo orgogliosi, dai vecchi tifosi a quelli dell'ultimora. Quando ero un ragazzino e andavo a vedere la Dinamo al C.O.N.I. e poi al palazzetto, sognavo ad occhi aperti, immaginavo la maglia della Dinamo in un campionato di Serie A, ma erano solo sogni. La Serie A era o forse appariva così lontana, la vedevo alla televisione. Quante partite che sono state battaglie, e poi una costante crescita, inesorabile, fino alla storica promozione di due anni fa. Oggi la Dinamo (se Pesaro perde con Milano) è la terza squadra d'Italia. Da qualche parte ho letto in rete che saremmo la ventesima in Europa. L'anno prossimo viaggeremo in Europa, chissà chi di questi campioni rimarrà, chissà chi verrà di nuovo. Ma quello di cui sono sicuro è che il presidente Stefano Sardara e tutto il suo staff lavoreranno duro, lo faranno per ripartire da zero, con umiltà, consci - con Meo e con tutti noi - che non avremo - come non abbiamo mai avuto - niente in regalo, e che ogni vittoria sarà una conquista.

Io amo la Dinamo, è sotto la mia pelle, è nel mio DNA. E voglio che questo viaggio non finisca mai. 

GRAZIE DINAMO!

Luca
la foto è tratta dal sito Daily basket

venerdì 1 giugno 2012

True Meanings

"sempre più FORTI: alla faccia di chi ci vuole male"
1990-'91


Ammetto la mia debolezza, ne faccio ammenda pubblica, ma sono troppo innamorato della Dinamo per non vivere questi play-off in maniera così intensa. Già alla fine di gara 1 di questa impossibile semifinale ho sentito un gusto amaro dentro la bocca e una chiazza di nero e buio nel cuore. Alla fine di gara 2 queste sensazioni sono esplose violentemente, e mi hanno devastato (per quanto possa devastare qualcosa che riguarda lo sport, ovviamente: nella vita ci sono centinaia di cose più importanti di esso). Non ho scritto il post consueto in questo blog, avvisandone l'owner SoloDinamo, che ha provveduto subito alla stesura. Stavo per mollare tutto, mandare a quel paese questa serie e regalare il mio biglietto a un parente o un amico. Delusione? Un po'. Rabbia? Tanta. Contro la Dinamo (come qualcuno ha forse pensato)? NO. Assolutamente NO.

Ho capito che non mi devo lasciar dominare da sensazioni negative, seppure queste siano lo scontato prodotto di tutta una serie di circostanze che non è giusto si siano verificate così. Partiamo dalla formula dei play-off: si gioca ogni due giorni. Questa astuta trovata delle alte sfere è tutta tesa a favorire l'élite del basket italiano: Siena e le "grandi squadre", che hanno tanti soldi (12 milioni di euro per la Mens Sana da una banca che è prossima al tracollo finanziario; ma basta pensare anche a Giorgio Armani, il milionario stilista, padrone dell'Olimpia Milano) e con questi soldi possono costruire roster profondi e solidi. Sassari e Pesaro partivano spacciate nelle semifinali: due quintetti ottimi, ma in panchina davvero poco (sicuramente meno per Pesaro, che fa giocare meno della Dinamo la sua panca). Una serie giocata ogni due giorni porta la squadre "normali" al collasso. Non è una regola giusta, dal mio punto di vista, ma non sono io che decido. La seconda cosa riguarda l'animus con cui le terne arbitrali affrontano la direzione delle partite. Chi ha visto gara 2 fra Milano e Pesaro ieri notte ha potuto constatare perfettamente che l'Olimpia ha beneficiato di due antisportivi gratis sanzionati su semplici contatti di gioco, più altri falli sanzionati scientificamente in momenti topici del match. Milano però, sia chiaro, è più forte di Pesaro, ha più panchina, ed è favorita: ma comunque vedere queste cose da davvero fastidio. E la Dinamo? Ho letto in rete tanti commenti (anche quelli di qualche senese "leggermente esaltato") e in alcuni di essi ho trovato le mie considerazioni... da cui l'amaro di cui parlavo sopra.

Siena è più forte, ha una panchina che può produrre quintetti diversi e tutti fortissimi, ha un sistema di gioco che cerca sempre la soluzione migliore negli adeguamenti in difesa e nella circolazione dei palloni in attacco. Siena è molto al di sopra del livello della Dinamo, Siena vincerà di sicuro la serie e con ogni probabilità anche lo scudetto. Ma Siena - e qui tocco l'argomento che mi rode - ha davvero goduto di un trattamento extra-lusso da parte degli arbitri in questa serie di semifinale. Tomas Ress con grande furbizia ha parlato di "gioco duro" nel riferirsi alla difesa della sua squadra. Niente di più corretto in chiave play-off, quando le terne sono più permissive: è così da sempre. Ma credo che nelle due partite giocate in Toscana più che di difesa dura si debba parlare di sana macelleria, mattanza senza esclusione di colpi, pura tonnara.

Il basket non è la pallavolo: è un gioco di contatti. Siena è più alta, più robusta, più tutto, evviva Siena eccetera. Ma questa serie di play-off ha visto un metro arbitrale molto permissivo a favore dei pluricampioni d'Italia (e non d'Europa: là piangono come vitelli), e a parità di contatti e situazioni, eccessivamente duro con la Dinamo. E' paradigmatico il contatto con cui Hosley s'ha preso un fallo antisportivo: spallata sul petto e senese (Zisis? non ricordo) a terra a fare piagnisteo (ma fino al fischio dell'arbitro, poi subito in piedi a zompettare). Lo stesso giocatore di Siena ha dato la stessa spallata sul petto di un Pinton lanciato in contropiede (eravamo 3 contro 1 in quel frangente, avremmo chiuso con una schiacciata)... Mauro è volato per aria, e l'arbitro? . . semplice fallo. E' solo un esempio, sia chiaro. "Un episodio non decide le partite". Ma andiamo avanti.

Tony Easley ha avuto poche occasioni per far esplodere la sua verticalità, in una di queste però si è verificato qualcosa di sgradevole: Tony salta per affossare la bimane, sotto di lui Ress (e il suo "gioco duro") che allunga le braccia e blocca quelle del centro sassarese (già questo è fallo), poi arriva McCalleb da dietro e con una manata travolge tutto: pallone e mani. Due falli in uno: niente fallo. Ma è "gioco duro", eh. Non bisogna infastidire la capolista e il sempre loquace Pianigiani (una mitraglia, non sta mai zitto, perché nessun arbitro gli dice di stare zitto). Pochi istanti dopo Tony prende uno scarico da Drake e schiaccia a una mano: i due senesi sotto canestro lo colpiscono al busto: nessun fallo. Tony per una volta, e per una volta sola, ha l'ardire di protestare: fallo tecnico immediato! Meo Sacchetti guarda allibito Lamonica che zitto zitto si allontana. Lamonica, sì: quello che arbitra le finali degli europei, dei mondiali, delle olimpiadi, dell'eurolega.

Andiamo avanti: Plisnic in contropiede salta l'uomo: è solo, davanti a lui solo il canestro. Da dietro spunta un braccio, questo braccio chiude il collo di Vanja con un gancio, e lo ferma. Fallo antiportivo? Macché: semplice fallo. Ma è solo un episodio, ovviamente! Mica ha cambiato la partita!

Altri episodi che non hanno cambiato la partita, non lo hanno fatto assolutamente, perché come dice il vate Tomas Ress Siena attua un "gioco duro", sono una miriade di body-check, colpi di bassa falegnameria, spinte in uscita dai blocchi, trattenute se in ritardo, salti addosso all'uomo che tira da tre punti e crolla a terra col difensore senese addosso (chiedete a Drake o Vanuzzo). Ma sono solo episodi, mica hanno cambiato le partite. Sono solo episodi, sì, ma al plurale: fate le addizioni.

Siena ha vinto le partite solo per questa larga impunità? No, ha vinto perché ha attaccato bene il canestro sassarese anzitutto, però tanti contropiedi nati da certi contatti... Ma sono solo episodi, eh! Sono episodi, al plurale.

Precisazione (quante volte l'ho scritta? la ripeto, via): Siena vince perché è più forte. Perché Siena è Siena, evviva Siena eccetera. Seconda precisazione: Siena è più forte, fa "gioco duro". Ma appunto perché è più forte... perché deve godere di una così alta soglia di impunità sui falli? Ne ha davvero bisogno?

La pallacanestro è un gioco di contatti (già scritta anche questa): ma ci sono contatti e contatti. Quando la Dinamo ha appena alzato il volume di gioco in difesa, menando anch'essa le mani, gli arbitri hanno fischiato come vaporiere in procinto di esplodere (a lungo in gara 2 abbiamo avuto il doppio dei falli, poi a partita andata gli arbitri hanno rimesso a posto la voce statistica). Abbiamo un credito nei confronti dell'AIAP lunghissimo. E stasera c'è Cicoria: l'uomo delle multe, l'uomo delle provocazioni. Tutto scritto o semplice caso?

La Dinamo ha conquistato sul campo il diritto di giocarsela con tutti, il diritto di giocarsela con arbitraggi alla pari, quindi onesti ed equilibrati in applicazione del regolamento, con tutti, anche con Siena. Sarei curioso davvero di vedere come andrebbe con qualcosa del genere: cosa dovuta, come il rispetto.

Beh, per tutti questi motivi avevo detto che non volevo andare alla partita stasera, poi... 

Poi ho ricordato anni e anni di passione, anni di file fuori dalla palestra del C.O.N.I.' per cercare il posto migliore possibile agli spareggi con squadre che o sono sparite o sono rimaste dov'erano, mentre noi ora siamo in Serie A. Ho ricordato le feste per le promozioni, le tristi immagini delle retrocessioni. Ho ricordato giocatori della Dinamo che piangevano con la maglietta davanti al viso, per coprirsi. Ho ricordato altri giocatori della Dinamo che saltavano a petto nudo e in mutande in mezzo al campo, urlando la loro gioia al cielo. Ho ricordato i miei dieci anni nell'Alta Marea, con gli amici dell'Onda d'Urto e degli Warriors... prima di noi gli Hell's Angels, il gruppo del signor Dellacà... dopo di noi il Dinamo Web Club e poi il Commando.

E ho capito ancora una volta che noi tifosi della Dinamo siamo superiori al grigiore che ci circonda, siamo superiori alla bassa considerazione di arbitri e "cronisti" televisivi, noi abbiamo pianto e sorriso, vinto e perso, ma sempre abbiamo lottato a testa alta contro tutto e tutti, la nostra schiena è dritta, e ci meritiamo di giocarcela anche contro la corazzata impunita, la forte e favorita Siena. Noi siamo la Dinamo, noi siamo la storia della Dinamo. Noi che non andiamo al palazzetto perché è di moda e non molliamo mai, noi che non chiniamo mai il capo, noi che non smettiamo di sostenere ed incitare la Dinamo, quella di Dino Milia, quella di Luciano Mele, quella di Sardara, ma soprattutto quella di tutti noi.


Play-off promozione Dinamo-Caserta. 
Dietro la nostra panchina a Caserta misero le casse 
dello stereo del Palamaggiò. 
Al ritorno noi usammo i tamburi e le trombette.
2001-2002



Forza Dinamo. Luca